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mercoledì 5 giugno 2013

La Grande Bellezza (2013) by Paolo Sorrentino


La Grande Bellezza (2013)
di Paolo Sorrentino

Toni Servillo (Jap Gambardella)
Carlo Verdone (Romano)
Sabrina Ferilli (Ramona)
Carlo Buccirosso (Lello Cava)
Iaia Forte (Trumeau)
Giorgio Pasotti (Stefano)
Massimo Popolizio (Alfio Bracco)
Serena Grandi (Lorena)


La grande bellezza sta a Roma e spazia tra gli esterni del Gianicolo, dove un coro femminile apre l'opera come le Dive omeriche e un turista asiatico muore d'infarto forse colpito dall'estasi, le curve del Tevere, i palazzi dell'aristocrazia decaduta ma ancora occultamente presente, i conventi dove le suore giocano e ridono a crepapelle e gli eventi in un attico privato davanti al Colosseo e su un roof garden sovrastato dal logo luminoso della Martini dove un'effimera borghesuola filosofeggia e mostra il suo lato animale tra un remix di Raffaella Carrà e tante chiacchiere.

Una Roma pacchiana, godereccia e pagana che in modo telefonato strizza l'occhio a Fellini e ai reportage di Dagospia sulle feste smaccatamente cafone dei salotti romani. Una Roma vista da un napoletano, che inevitabilmente fa parlare il suo dialetto ad uno scrittore intellettuale di talento in cerca di un valore, di un ordine, di una scossa tale da distoglierlo dalla frenesia di notti bianche fini a se stesse. Un napoletano che tra la bellezza di un mare immaginato sul soffitto, la bellezza della figlia malata di un amico drogato, la bellezza di una prima notte di sesso tra gli scogli davanti al mare, la bellezza di una ex amante che non lo ha mai dimenticato (neanche dopo il matrimonio con un altro), la bellezza delle scritture e delle performance di un aspirante artista, aspirante qualcosa, che da Roma viene deluso, la bellezza della città... esce dal suo tunnel e rinasce grazie alla figura catartica di una vecchia in odore di Santità, che in sé contiene il segreto di una pace (e di una bellezza) morale che nessuna danza, chiacchiera, esibizione potrà mai far svanire. Una bellezza fatta di povertà e di dolore.

Sorrentino è sempre lo stesso: ha un talento straordinario nel costruire virtuosismi e un gran gusto a mettere in relazione immagini opposte per incuriosire lo spettatore. La fotografia di Luca Bigazzi, che restituisce una Roma massimalista, turistica e cinematografica al tempo stesso, da sola vale il film come d'altronde gli interpreti, tra un Servillo mattatore e una Ferilli struggente fino ad arrivare a un Verdone malinconico e disilluso, sicuramente il migliore.

Ma come sempre il regista campano racchiude i significati delle sue immagini ricche in messaggi morali di una banalità disarmante, che stonano con la cura superba della forma. E il suo cinema finisce per tagliarsi le ali, vittima di una coscienza popolare e artistica che di inedito non ha veramente nulla e che non trova un valido sostegno nelle sceneggiature dispersive.


VP